Fornace Cellenese pavimenti in cotto  fatto a mano

Storia della produzione del mattone in cotto

a cura della Dott.sa Laura Settimi

Organizzazione del lavoro

Non potendo analizzare i sistemi di produzione di ogni civiltà e di ogni tempo dobbiamo porci dei limiti sia cronologici sia territoriali, anche perché lo studio della documentazione storica che testimonia l'evoluzione delle tecniche e l'organizzazione funzionale delle fornaci nella Tuscia è estremamente frammentaria e del tutto insufficiente per uno studio sistematico. Mentre sarebbe più semplice ricostruire i processi di produzione di vasellame, ceramiche, piccoli oggetti d'uso, prodotti generalmente in piccoli laboratori all'interno dei centri urbani, per quanto riguarda le fornaci per la produzione di mattoni e tegole, collocate quasi sempre al di fuori delle mura cittadine, i documenti rimasti non ci consentono nemmeno di risalire ai luoghi di produzione, dato che spesso negli atti stipulati vengono citati i nomi dei fornaciari, ma solo raramente le fornaci di provenienza. Comunque pare che l'utilizzo del laterizio nella Tuscia, zona peraltro ben ricca di materiali lapidei da costruzione, a partire dai vari tipi di tufo, poi il peperino e la basaltina , presenti nel Rinascimento una netta ripresa, fenomeno che assume in molti casi l'aspetto di una deliberata scelta culturale ed estetica, quando non riveli, e non sembra esagerato dirlo, una vera dimostrazione di potere. Possiamo immaginare le fornaci nella Tuscia, agli albori dell'età moderna, come impianti provvisori, a volte itineranti, che lavoravano pochi mesi l'anno, e non come grandi cantieri organizzati: il lavoro doveva necessariamente svolgersi stagionalmente, poiché il processo di essiccazione è strettamente dipendente dagli agenti atmosferici. Infatti, una gelata notturna, per esempio, poteva frantumare i pezzi già formati che presentassero ancora una considerevole acqua di impasto; senza considerare il disagio di stare tutto il giorno con le mani intrise nell'argilla, quando fosse troppo freddo, da parte degli artigiani. Fare il fornaciaio rimase un mestiere legato alla bella stagione fino all'avvento di sistemi di riscaldamento artificiali. La stagione invernale era utilizzata generalmente per procurarsi il combustibile: disboscamenti e accumulo di legname, i fornaciai erano anche contadini, boscaioli, muratori.

Dopo la preparazione dell'impasto, la prima cosa da allestire era un piano d'appoggio per i mattoni appena formati, la "piazza" , operazione che consisteva inizialmente nel livellare il terreno il più possibile, bagnare la terra per renderla compatta e riempire le eventuali buche con strati di terra prima e di sabbia più fine in seguito, preventivamente setacciate attraverso reti a maglia progressivamente più sottili. Strato su strato si livellava il terreno e si compattava, bagnandolo ogni volta. Gli utensili utilizzati in questa fase erano essenzialmente due: uno o più passini per setacciare la terra, e uno strumento molto simile a quello che oggi si utilizza per la manutenzione dei campi da tennis, consistente in una tavoletta di legno lavorata a spigoli vivi, al cui centro, nella base più larga, veniva fissato un manico di legno. Con gli spigoli vivi, raschiando sul terreno, si distribuivano le eccedenze.

Per il lavoro di formatura vera e propria si utilizzavano dei banconi di legno con uno spiovente su un lato , delle forme di legno senza fondo, una bacinella con dell'acqua , un contenitore con della sabbia fine, alcuni regoli per togliere le eccedenze di argilla dalle forme già riempite.


Si poneva un mucchio di argilla al centro del bancone, si prelevava una porzione adeguatamente grande, si insabbiava tutta intorno e la si poneva a pressione all'interno di una forma di legno, preventivamente bagnata e insabbiata, si toglievano le eccedenze con un regolo di legno o più frequentemente con le mani stesse e si finiva di compattare il mattone passandovi sopra una mano bagnata. Lo spiovente del bancone era funzionale a far scendere a piombo la forma piena di argilla, in modo da consentire il trasporto del mattone molle fino al piano del terreno, lasciarlo lì e liberare subito la forma che doveva subito essere riutilizzata. Questa veniva ripulita, bagnata e insabbiata di nuovo, riempita ancora e così via. I mattoni freschi lasciati sulla "piazza" ricevevano un trattamento distinto a seconda delle condizioni atmosferiche e della stagione.


( Asciugatura - Prima fase in piano sulla piazza)

Gli studiosi si interrogano ancora se i mattoni freschi venissero lasciati a seccare in pieno sole, oppure all'ombra: è possibile che accadessero le due cose. Infatti, in piena estate e con molto vento, i mattoni appena formati, lasciati in pieno sole, subiscono una deformazione inaccettabile: è probabile che non appena si fossero sufficientemente asciugati per essere raccolti, senza che si deformassero (poche ore, in queste condizioni), venissero stivati di coltello in pile orizzontali e lasciati ad asciugare in questo modo, stringendo le pile man mano che i mattoni diminuivano in volume a causa del ritiro al seccarsi (fino al 10% per buone argille da laterizio). Nelle stagioni meno calde invece, è probabile che, in assenza di vento, i mattoni venissero lasciati a seccare più a lungo anche in pieno sole. In ogni caso i mattoni, prima di essere cotti devono aver perso ogni residuo di umidità e le varie fornaci escogitarono vari sistemi per consentire al maggior numero di mattoni di seccare nel minor spazio possibile. Il più diffuso è stato quello di collocarli distanziati l'uno dall'altro sovrapposti in più file, operazione che è passata fino a noi con il nome di "ingambettamento" o "a gambetta"

( Asciugatura -fasi di ingambettatura)

La Fornace di Pietro Facchini
zona artigianale Monte delle Zitelle
01020 Celleno - Viterbo
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